Questa foto vuole essere simbolo di una realtà, qui alle Mauritius, poco conosciuta ai turisti ed ai meno attenti, una realtà sulla quale, esiste il totale silenzio e la totale copertura da parte dello stato e purtroppo per chi ne viene a fare parte, diventa quasi impossibile poterne venire fuori.
Insomma un labirinto stile Escher. Di seguito anche se lungo ma vi consiglio di leggerlo riporto integralmente un’articolo denunci di Eric Wattez, articolo tratto da La gazette des transnationales Leggi il resto
Nelle isole Maurizio (o Mauritius, come viene correntemente chiamato l’arcipelago dell’oceano indiano meta di vacanzieri, NdT), 12.000 “cinesi importate” sgobbano fino a sedici ore al giorno. Per continuare a rifornire i giganti mondiali del tessile al prezzo più conveniente la zona franca dell’isola fa arrivare interi charter pieni di piccole mani asiatiche. Malleabili, a buon mercato e sistemate in condizioni spaventose. “Pantaloni. Sempre lavoro!”.
Ecco il riassunto dell’esistenza di San Chu, una cinese di 32 anni, dopo il suo arrivo all’isola Mauritius, a fine 2001. Le restano sedici mesi da far passare, secondo il contratto stipulato con un’azienda tessile. 16 mesi a confezionare jeans, da 60 a 80 ore alla settimana, per ditte statunitensi (Ralph Laureen, Tommy Hilfiger…): molto al disopra del massimo legale possibile in loco (55 ore, comprese 10 di straordinario). Nel poco tempo libero, San Chu ammazza il tempo a Coromandel, il quartiere industriale della capitale Port Louis. “Niente denaro per la spiaggia”, sospira.
Il lungo recinto sbarra l’accesso al dormitorio dove alloggia con un centinaio di compatriote, dove le discussioni si troncano alle 10 di sera. All’entrata, il vigilante farà rispettare le condizioni del coprifuoco. Famosa stazione turistica dell’Oceano Indiano, Mauritius nasconde un brutto segreto: operaie “importate”, come vengono chiamate, più o meno 12.000 cinesi sgobbano nella zona franca (ZFE, letteralmente “Zona Franca di Esportazione”) creata nel 1970.
Un paradiso per le multinazionali dell’abbigliamento perché le industrie appaltatrici tessili del territorio esportano verso l’Unione Europea senza dazi né quote prefissate. E senza dare troppa importanza alle leggi locali: nel mondo, le 3000 zone di questo tipo censite dall’Ufficio Internazionale del Lavoro impiegano 37 milioni di persone, spesso in condizioni paragonabili alle peggiori “sweatshops” (lett. “fabbriche del sudore”, NdT). Le piccole mani cinesi di Mauritius (il 12% della forza-lavoro del settore tessile) non sfuggono alla regola. Certo, con una paga che oscilla tra 200 e 300 euro al mese, guadagnano due o tre volte in più che in patria.
Ma questo è dovuto alla produttività demenziale (sono pagate a cottimo) e agli orari impossibili, compreso il sabato e la domenica. “Queste ragazze sono supersfruttate” afferma un dirigente della FPU, il sindacato più combattivo del paese. E un padrone locale: “Sono delle grandi lavoratrici, e qualche datore di lavoro ne approfitta, ma, dopotutto, non hanno molto di cui lamentarsi”.
Non hanno da lamentarsi? In realtà, la sorte riservata a questa manodopera della quale si può disporre a piacimento non rientra certo negli aspetti positivi della democrazia locale né delle griffes che ne approfittano. Abbiamo potuto constatarlo di persona, intrufolandoci in una delle “residenze” riservati agli stranieri al centro dell’isola. Nell’entrata alcune donne, spossate dalla giornata di lavoro, si sono addormentate davanti a una piccola postazione telefonica.
Al primo piano, niente muri divisori: delle coperte tirate da un parete all’altra delimitano otto box, con tre letti sovrapposti ognuno. Alla promiscuità, al pasto inidentificabile servito nella piccola cucina al piano, si aggiunge la paura palpabile per la nostra presenza. “Tutti abbiamo paura di voi, noi parliamo solo con i cinesi” ripete la responsabile del dormitorio. Al sud dell’isola, situazione analoga: cinque ragazze per camera, niente ventilatore nonostante il calore e l’ossessionante odore di cucina. La somma mensile versata dal padrone per il pasto si limita a 300 rupie (10 euro), le occupanti ? Per garantirsi almeno l’ordinario.
L’importazione sistematica dei cinesi è iniziata nel 1992, quando l’industria tessile mauriziana ha iniziato ad essere carente di manodopera (la popolazione locale preferisce lavorare nel settore turistico) e perdere il suo vantaggio competitivo: il Lesotho o la Cina, con gli stipendi più bassi di tre o quattro volte, erano un disastro. La soluzione venne da gruppi di Hong Kong installati alle Mauritius per sfuggire alle quote imposte alle esportazioni cinesi. Sono loro che hanno messo in piedi questo traffico alimentato da un vivaio interminabile .
Nelle regioni del tessile di Jiang Su, al sud della Cina, o dello Hunan, nel centro, ci pensano i reclutatori ufficiali de PC a trovare manodopera specializzata nel settore. Quelle che abboccano, abbagliate dalla promessa di un salario elevato e di una vita piacevole ai tropici, firmano un contratto di tre anni. I datori di lavoro, da parte loro, pagano agli agenti circa 1.000 dollari a persona.
Sono anche a loro carico viaggio, vitto e alloggio delle operaie. Le industrie locali hanno presto imparato a sfruttare direttamente il filone, impressionati dall’operosità delle cinesi.Una visita da Summit, uno specialista in maglie che lavora per Carrefour, H&M e Zara, è istruttiva: con una temperatura di 30 gradi le operaie, chine sulle loro macchine da cucire. “Vanno tre volte più veloci dei Mauriziani (?)”, si entusiasma un caposquadra. L’orario? “Può arrivare a 65 ore alla settimana”, ammette.
Grazie a questa docilità, i fornitori hanno ottenuto una flessibilità che piace a chi ordina. “Le cinesi hanno salvato le nostre industrie, senza di loro i nostri clienti se ne sarebbero andati”, afferma un rappresentante della Redoute e di Decathlon. Un altro padroncino locale, che lavora molto con la Francia, mette in causa più direttamente le responsabilità delle multinazionali: “Ci impongono dei codici etici pensati per proteggere il personale, ma, visto il prezzo che ci impongono, ditemi che cosa devo fare!”. Ci sono voluti due drammi perché qualcuno si interessasse finalmente alle “straniere”.
Nel marzo 2002, le operaie di Novel, un gruppo di Hong Kong che fornisce i pantaloni a Gap, sono scese in sciopero. In 48 ore due delle loro compagne erano morte, una di polmonite e l’altra di congestione cerebrale. 800 cinesi sulle 1200 di Novel si sono ribellate, sono scese in sciopero e poi hanno occupato per cinque giorni l’ambasciata cinese. Hanno così potuto raccontare delle 16 ore di lavoro quotidiano, del racket del reclutamento, che talvolta pretende 1500 dollari in cambio della promessa di lavoro.
Sotto la pressione delle autorità locali, Novel ha pagato il viaggio di ritorno a 200 operaie che non ne potevano proprio più ed ha sostituito gli agenti reclutatori. Nel gennaio scorso è stata la volta delle operaie di Richfield, che producono le T-shirts Celio, Lafuma e Lotto, di occupare l’ambasciata. Dopo l’incendio dei dormitori, dove avevano perso ogni loro avere, e anche i risparmi, la direzione non proponeva che 3.000 rupie (100 euro) di risarcimento. Dopo l’intervento del governo e dell’ambasciatore, sono riuscite a raddoppiare la cifra; segno che l’isola Mauritius si sta preoccupando della sua immagine – e dei suoi affari: Gap, spesso sotto accusa per i rapporti con le “sweathshops”, ha sospeso gli ordini a Novel.
Oggi il governo afferma di lottare contro i comportamenti scorretti: “Noi sorvegliamo da vicino la concessione dei permessi di lavoro” assicura Sangeet Fowdar, Ministro del Lavoro, mostrando il dossier su Aquarelle, un fornitore di Marks & Spencer, al quale proibisce l’assunzione di una trentina di cinesi per le cattive condizioni degli alloggiamenti. La “Labour Unit”, l’organismo incaricato delle ispezioni del lavoro, si è impegnata per l’autunno prossimo a visitare tutti gli alloggi dei lavoratori importati. Auguriamo molto coraggio a questa numerosa équipe… di trenta funzionari.
Il lavoro Sommerso alle Mauritius
Questa foto vuole essere simbolo di una realtà, qui alle Mauritius, poco conosciuta ai turisti ed ai meno attenti, una realtà sulla quale, esiste il totale silenzio e la totale copertura da parte dello stato e purtroppo per chi ne viene a fare parte, diventa quasi impossibile poterne venire fuori.
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